IL CONTATO DEL CANAVESE/

TEATRO GIACOSA DI IVREA



CHIMERA


da "La chimera" di Sebastiano Vassalli
















progetto e drammaturgia

Lucilla Giagnoni


con

Lucilla Giagnoni


scene e luci

Lucio Diana


musiche originali

Paolo Pizzimenti


regia

Paola Rota



Produzione

Il Contato/Teatro Giacosa di Ivrea


con il sostegno del Centro Regionale Universitario per il Teatro


Prima nazionale il 13 marzo 2003 presso il Teatro Coccia di Novara



Tutti i giorni.

Anche d’estate.

La mattina apro la finestra e guardo fuori. Che tempo fa?  Non lo so, non subito. Bisogna sapere aspettare. Con calma la nebbia si alza e svela le cose; con calma spunta il sole, se c’è.

La piazza è umidiccia o polverosa, non ci sono vie di mezzo. Sulle mura scrostate della casa del popolo sopra ad un indistinto “..UCE” c’è una mano di pennello rosso, anche quello ormai sbiadito, “’64 classe di ferro” corretto più volte in 68, 83. Di fronte, nascosta dall’autobus fermo al capolinea, la cascina dei Signori Monsù, restaurata, è diventata un villone (ma quanti ce ne hanno spesi?) e ostenta la scritta ora lucida e ricamata: “cascina agricola dal 1860 al 1931”.

Le dame di San Vincenzo sciacquano i vasi di fiori della canonica nella fontana davanti alla chiesa.

In che anno siamo?

Allargo lo sguardo.

Ecco il paesaggio d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura sono un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente. Nulla.

Paesaggio d’estate e d’autunno: qualche albero qua e là, un pioppo, un gelso, una robinia, radi e sparsi come segni di una pittura giapponese; un’autostrada che affiora dalla nebbia e costeggia la ferrovia. Una pianura densa di vapori...

Paesaggio di primavera: capita anche di tanto in tanto, diciamo non più di venti volte l’anno, che il paesaggio sia nitidissimo, una cartolina dai colori scintillanti, quando il cielo è blu e allora io vedo ...il mare... una distesa d’acqua che si ferma soltanto ai piedi del Monte Rosa. Una distesa divisa in cornici rettangolari di terra che si moltiplicano una dopo l’altra sempre uguali e in mezzo a questo gioco di linee e segmenti galleggia come un’isola, una cascina, con i suoi tetti rossi, i muri grigi, i casseri per lo più pericolanti e la corte intorno stretta stretta. Acqua, canale, acqua, cascina, canale, acqua, acqua, acqua per tutta la vastità dell’orizzonte e ancora oltre ... dove abbia veramente fine non lo so.

Un orizzonte di decine e di centinaia di km: un palcoscenico grande come un’intera regione, un’immensa pianura governata dalle zanzare e dalla calura d’estate e dalle nebbie d’inverno. Afa, zanzare e nebbie: oggi come ieri, come sempre sarà in questi luoghi, com’era in quel lontano 1600 in cui nacque Antonia…..


In questo paesaggio che ho cercato di descrivere e che oggi - come spesso capita - è nebbioso, c'è sepolta una storia: una grande storia, d'una ragazza che visse tra il 1590 e il 1610 e che si chiamò Antonia.

Già da tempo mi proponevo di riportare quella storia alla luce, raccontandola….: ma poi sempre mi dissuadevano la distanza di quel mondo dal nostro, e l'oblio che l'avvolge.Chi si ricorda più nel nostro secolo ventesimo del vescovo Bascapè, del boia Bernardo Sasso, dei risaroli, dei camminanti del Seicento; Di Antonia, poi, si ignorava tutto: che esistette, che fu la “strega di Zardino”, che subì Novara un processo e una condanna correndo l'anno del Signore 1610.


Sebastiano Vassalli

da “La Chimera”


Considero “Chimera” un nuovo capitolo della “Trilogia del paesaggio”. Il quarto di una “Trilogia”!

Da circa sei anni, con gli spettacoli “In risaia”, “Nudo su paesaggio”, “Atlante” realizzati con Bruno Macaro, sto cercando di comprendere e raccontare le ragioni delle trasformazioni del paesaggio che mi circonda, della terra dove vivo: la terra di risaia.

È un paesaggio duro e apparentemente senza volto, dove la bellezza non è di casa.

Il rassegnarsi al brutto s’infiltra come la malaria nel sangue e nelle anime degli uomini, nelle costruzioni dei paesi, nelle trasformazioni delle città, nel parlare quotidiano che raramente è pronto al sorriso.

Perché? Perché il resto di quell’arlecchino di popoli misti che è l’Italia, le proprie tragedie le canta? Forse le esalta, o, forse, diluisce il sangue versato con lazzi e smorfie, ma perché il resto d’Italia ama comunque cantare, recitare, far ridere, farsi vedere, offrire al mondo se stesso? Perché noi, gente di pianura, no? Perché?

Si può continuare a vivere in una terra che preferisce non raccontare di sé?

Afa, zanzare e nebbie; posso continuare a vivere in una terra che può trasformarsi con poco nell’anticamera dell’inferno?

Calvino ci dice nelle sue “Città invisibili” che ci sono due modi per non soffrire dell’inferno: “il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo (..)  cercare ciò che in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio.”

Il fatto è che ogni tanto, quasi un miracolo,  salta fuori una storia. Una storia che mi fa guardare fuori della finestra con occhi diversi, una storia che mi “in –canta”.

“Chimera” è la storia di una donna che, cercando di fuggire dall’inferno, ci è finita dentro:  una storia molto bella,  troppo, per non raccontarla.


Lucilla Giagnoni

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