NUOVA PRODUZIONE
GENESI
Liberamente tratto da “La passione secondo G.H.” di Clarice Lispector
Un progetto di Lucilla Giagnoni
Con Lucilla Giagnoni
Collaborazione al testo Marta Pastorino
Musiche originali di Paolo Pizzimenti
Scene di Nicolas Bovey
Regia di Paola Rota
Produzione M.a.s.Juvarra
“Le donne di Clarice Lispector hanno sulle labbra un sorriso ineffabile: dalla loro irraggiungibile verità guardano oltre le spalle di chi le guarda costringendo lo spettatore a volgere anch’egli lo sguardo per cogliere il pericolo che lo sovrasta o il segnale che gli porta l’annuncio della salvezza”.
Antonio Tabucchi
La partenza di questo progetto è stata la scoperta di un testo, “La Passione secondo G.H,” di Clarice Lispector.
La storia di una donna che decide di mettere ordine nella propria casa, in una mattina calda e lenta, il giorno dopo che la domestica se n’è andata.
Ed ecco che scopre, in casa sua, un ambiente inaspettatamente spoglio e estraneo, la stanza della domestica, in fondo al corridoio.
Lì per lì, non ricorda neppure il nome di quella donna che si è occupata della casa fino al giorno prima, né il volto, mentre si attarda sul caffè latte, e gioca con la mollica del pane, ripensando all’ultima storia d’amore, chiusa da poco.
Ai suoi occhi, ecco che si apre un luogo asciutto –un deserto, un minareto-, in quella stanza, dove, ancora inaspettatamente, scopre con disgusto un piccolo insetto, nell’armadio, uno scarafaggio, o meglio, una blatta, animale primordiale che resiste alla miseria della roccia, un essere più antico della storia dell’uomo, sopravvissuto al gelo e al fuoco.
Si può desiderare di ucciderlo, allora, con la paura di avere davanti la storia sopravvissuta dell’uomo, e sentire che è nulla.
Che è inferno e questo inferno è il nulla.
Si può colpire la blatta e spezzarla in due. Ma dall’animale uscirà un liquido umido e bianco, una sostanza immonda, e la blatta sarà ancora viva, e ci guarderà con la sua maschera fino a toccarci.
Si può cercare la redenzione, ingoiando quel liquido, la materia immortale, e allora sentire di potere ancora vestirsi di blu e uscire di casa a festeggiare, dimenticando l’inferno che è il minareto della nostra abitazione.
Si può provare a raccontarla, questa esperienza, sentendo che quell’essere è la vita antica che è in noi e non ci appartiene, ma proprio per questo ci fa sentire di esistere.
E proprio per questo ci fa capire di esistere.
Così termina il libro della Lispector: “il mondo non dipende da me, la vita mi è. La vita mi è, e non capisco ciò che dico, allora adoro.”
Si può cercare di capire la vita con la scienza, o con la religione. Si può capire il big bang e sentire che esso contiene l’inizio e la fine.
Si può avere paura della fine, vedendo intorno a noi la guerra globale, il terrorismo, le malattie epidemiche, la Sars, l’Aviaria, e persino un meteorite che si schianterà tra trent’anni.
Si può cercare di ammazzare la blatta, o mangiarla.
Quando una stella muore, una parte del cosmo si trasforma in buco nero, un buco senza fine, provocato dal collasso della stella, che è diventata pesantissima ed è sprofondata, perché il suo volume si è ridotto, mentre la massa è rimasta intatta.
Quella parte del cosmo è detta orizzonte degli eventi: la stella svanisce scomparendo alla vista ma non agli eventi che, a quel punto, sono tutti possibili.
Il teatro è come un orizzonte degli eventi, ed è lì che è possibile provare a raccontare questa storia, la storia dell’inizio e della fine, della genesi, della vita che è, e che si può cogliere forse, avendo il coraggio di compiere un atto limite come quello di mangiare il liquido immondo e bianco della blatta spezzata in due, che ancora ti guarda, viva.
Lucilla Giagnoni, Marta Pastorino